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Studi e ricerche >> Degli allestimenti >> Dal Delfino allo Scirè
     

Quando la Direzione del Museo Tecnico Navale della Spezia chiese al nostro studio una collabo­razione per allestire la mostra sul sommergibilismo italiano, la prima reazione fu di perplessità.
Perplessità derivata dalla quasi totale, per alcuni di noi, non conoscenza dell’argomento da trattare.

Al di
dei clichè tradizionali che nella nostra memoria affioravano, non fu facile pensare a come poter trasmettere al visitatore, attraverso un’emozione, una storia che coinvolge la nostra città fin dal secolo scorso.
La mostra celebra un percorso che va dal primo esperimento di utilizzo di un mezzo subacqueo, effettuato nelle acque del golfo nel 1903, al varo dell’ultimo sottomarino realizzato nei cantieri del Muggiano per la Marina Militare Italiana, comprendendo un periodo della fase bellica a cavallo degli anni quaranta.
Occorreva, per descrivere questo mondo poco permeato da elementi esterni e strutturato a compartimenti stagni”, conoscere tutta la sua storia caratterizzata da una componente tecnologica e da una forte componente umana.

Abbiamo così, in gruppo, cominciato a frequen­tare gli ambienti, primo fra tutti, ovviamente, un sommergibile.
La prima visita a bordo fu un'emozione forte, provocata da spazi di vita ridottissimi, completamente metallici (dalla strettissima passerella d'accesso alle paratie, ai camminamenti interni, alle cuccette, posizionate sopra il deposito dei siluri).
Gli odori erano forti, penetranti: olio combusto e nafta, mescolati a quella sensazione che rimane sulla lingua e sulle dita quando si sta troppo tempo a contatto con una superficie metallica.
I suoni erano percepiti come da lontano, ovattati, ma non come quando ci si immerge sott'acqua (esperienza del tutto comune). Ogni rumore, ogni fruscio, ogni movimento dell'aria ci giungeva mediato da uno scafandro metallico che ne accentuava la freddezza.

L'assenza di luce naturale era totale. 


 
Se il compito di un allestitore è quello di suscitare un’emozione nel visitatore, trasmettendo la realtà attraverso la finzione, durante quelle visite ca­pimmo che la sensazione da trasferire era quella di trovarsi nel buio, circondati dell’enorme peso della colonna d’acqua conte­nuto da pareti metalliche affatto ospitali.

La scelta dei materiali da utilizzare per la
creazione dell’involucro delle sale espositive fu conseguente: materiali che poco dovevano concedere alla comodità, al contatto gradevole, all’accoglienza.
Per questo motivo le pareti della mostra sono tutte in lamiere di ferro non trattato, così come reperite presso i magazzini dell’Arsenale Militare, le pavimentazioni in tavole di legno grezzo appena sgrossate e la luce solo artificiale nelle tonalità del bianco e del rosso, a significare che fuori, in superficie, è giorno o notte.
Contemporaneamente l’interesse si rivolse alla storia di questi mezzi, alla vicenda umana e al periodo più doloroso che fu l’ul­timo conflitto mondiale.
Difficile tradurre questo sentimento di sofferenza per chi, fortunatamente, è nato dopo.
Eppure potrebbe bastare
l’espressione che nella let­tura dei bollettini ci ha colpito particolarmente: nessun superstite”.
Due brevi parole che, a differenza delle comunicazioni sugli affondamenti delle unità di superficie, descrivevano amaramente la perdita del mezzo e del suo equipaggio.

  

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